venerdì 31 marzo 2017

Calabria:Il romantico borgo sulla nave "di pietra"(Santa Severina )

Ala scoperta del piccolo gioiello calabrese della provincia di Crotone dalle atmosfere d'altri tempi
 Affacciato sulla valle del fiume del Neto sulla quale veglia dall'alto di uno sperone roccioso, il borgo di San Severina è un piccolo gioiello calabrese della provincia di Crotone che regala scorci incantevoli ammantati da una romantica atmosfera d'altri tempi. Quando al mattino la rupe è avvolta dalla nebbia, sembra quasi una nave di pietra che solca acque immobili ed ovattate. Una nave a bordo delle quale concedersi una romantica "crociera" all'insegna della storia e dei tesori che ha lasciato nel corso dei secoli nei diversi quartieri della località. Una volta saliti a bordo sarà impossibile non lasciarsi conquistare dalle suggestioni bizantine che sprigionano dagli edifici storici, e dai panorami mozzafiato che si spingono lontano fino al mare. E sarà impossibile resistere alla tentazione di passeggiare mano nella mano alla scoperta dei siti più preziosi ed affascinanti di questa cittadina che emerge dalle rocce.




Per immergersi immediatamente tra le meraviglie bizantine che impreziosiscono il borgo, non a caso inserito nel circuito dei Borghi più Belli d'Italia, vale la pena concedersi una passeggiata nel quartiere della Grecìa, nella zona orientale del paese, che ha mantenuto praticamente inalterata l'originaria struttura urbanistica. Qui le case sono quasi un tutt'uno con la roccia ed è possibile distinguere facilmente quelle edificate dalle famiglie più agiate, che si ergono in cima al colle, da tutte le altre che si presentano, invece, scavate nella roccia. Il panorama che si gode dal colle su tutto il Marchesato è di quelli da incorniciare, ma vale la pena interrompere la contemplazione per proseguire nell'esplorazione, inoltrandosi nel vicino rione della Iudea, antico quartiere ebraico sino al XVI secolo.




Ma i siti più affascinanti e preziosi sono quelli che raccontano la storia del periodo di Bisanzio dal IX al XI secolo quando la città si arricchì di alcuni tesori architettonici come il Battistero, la cattedrale e la chiesa di Santa Filomena formata da due cappelle sovrapposte e sormontata da una graziosa cupoletta adornata di colonnine. Il Battistero, che nacque in realtà come martyrium, è il più antico monumento bizantino di tutta la Calabria. Risale ad un periodo compreso tra la VIII e il IX secolo e presenta una pianta circolare con croce greca inserita. Vi si accede da una porticina della bella cattedrale a croce latina a tre navate, oggetto di rimaneggiamento agli inizi del XVIII secolo, della cui struttura originaria rimane soltanto l'antico portale. Si erge sul lato settentrionale della piazza del paese, dagli abitanti chiamata "Campo" in memoria del suo antico utilizzo come piazza d'armi.

Il lato meridionale della piazza è, invece, dominato dal maestoso castello normanno eretto agli inizi dell'XI secolo sulle rovine di una precedente fortificazione bizantina. Nel corso dei secoli venne modificato ed ampliato ed oggi si presenta magnificamente conservato grazie alla massiccia opera di restauro messa in atto dal Comune. Considerato una delle opere militari più belle e complesse della Calabria, sfoggia un quattrocentesco mastio quadrato con quattro torrioni angolari e quattro bastioni sporgenti. E'incorniciato da imponenti mura merlate e circondato per tre lati da un fossato. Custodisce un'intricata rete di labirinti sotterranei oltre che magnifiche scuderie con resti di antichi affreschi medievali. Preziosi stucchi e dipinti barocchi adornano le sale della roccaforte mentre dal belvedere cinquecentesco si gode di una vista incantevole che si spinge sino a Crotone e al mar Ionio.
Autore: eleonora autilio
Fonte:www.turismo.it

martedì 28 marzo 2017

Gli ultimi "carvunàri" nella Calabria che resiste

Le immagini di Fabrizio Villa ritraggono il lavoro dei carbonai di Serra San Bruno, un paese di settemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, in Calabria. Qui il carbone si produce con la stessa, antichissima tecnica che risale ai fenici. Fabrizio Villa è tornato di recente a Serra San Bruno dopo esserci stato dieci anni fa e ha ritrovato impegnati in un lavoro usurante i figli e i nipoti degli stessi carbonai che aveva fotografato allora.
 Una volta ho sentito dire a uno dei pochi carbonai che ancora lavorano a Serra San Bruno: «Siamo come i panda, in via d’estinzione». Lo diceva con amarezza e un pizzico di orgoglio, consapevole di essere tra gli ultimi eredi di un mestiere millenario, svolto allo stesso modo dei fenici, che probabilmente lui non sapeva chi fossero. Questo mestiere, che consiste nel trasformare la legna in carbone e che richiede una maestria e una fatica fuori dal comune, i carbonai lo hanno imparato dai padri e dai nonni.





In passato Serra San Bruno era più nota per i suoi carbonai che per la splendida Certosa. Erano in tanti del paese che facevano i carbonai, e i boschi delle Serre non potevano bastare per tutti. E così si spostavano nei territori collinari o montani ricchi di lecci e di faggi, dove vivevano finché c’era la materia prima, la legna, e poi si stabilivano altrove.
Anche il mio paese, che è circondato da un superbo bosco di lecci, è stato meta dei cosiddetti carvunàri di Serra San Bruno. Ricordo che una famiglia di carvunàri si era stabilita in una casa della Cona, gli adulti stavano notte e giorno nel bosco, e i bambini frequentavano la mia scuola. Una domenica uno di loro mi chiese di accompagnarlo dal padre e io, che conoscevo la strada, accettai volentieri. Impiegammo più di due ore di cammino e quando arrivammo in un grande spiazzo senza alberi vidi una montagnola fatta di pezzi di legna della stessa lunghezza, più grossi alla base e più fini verso l’alto. Era la carbonaia, perfettamente circolare ed enorme, almeno tre o quattro volte l’altezza del padre del mio amico, un uomo magro e slanciato, che continuava a salire e scendere lungo una scala di legno appoggiata alla montagnola, infilando paglia e frasche nella buca in cima e infine appiccandovi il fuoco. A quel punto due o tre carbonai coprirono la montagnola con terriccio, frasche e ancora terriccio, per poi compattare il tutto con violenti colpi di pala e infine bucarla qua e là con un bastone appuntito come una spada.





 

La carbonaia aveva ora le sembianze di un piccolo vulcano che eruttava scintille e fumo azzurro dal cratere e dai fori delle pareti, anzi quello era vapore, che se lo respiri non ti fa male, come mi spiegò il padre del mio amico, e quando fra una ventina di giorni diventa bianco vuol dire che il carbone è cotto al punto giusto e si può vendere. Nel frattempo bisognerà civarla meglio di un figlio, la carbonaia, con altra legna e paglia e, se a causa del vento c’è un principio d’incendio, con l’acqua del ruscello. Altrimenti, se la legna s’infiamma, va in fumo il lavoro di mesi e noi carvunàri mangiamo capocchie.
Il padre del mio amico e numerosi carvunàri di Serra San Bruno hanno resistito fino a quando il gas e il carbone dell’Est hanno invaso il mercato. Poi sono emigrati anche loro all’estero o al Nord Italia. Quei pochi che resistono continuano a lavorare dalle cinque del mattino alle otto di sera; spesso si alzano la notte per andare a controllare se la loro creatura sta maturando bene, non importa se è domenica o Pasqua o Ferragosto; sanno che il loro carbone è di qualità superiore, prodotto da alberi sani e profumati, mai bagnati da piogge acide, tant’è che viene richiesto non solo nei migliori ristoranti italiani ma pure in quelli russi per la carne alla brace.
Prima che scompaiano del tutto, gli ultimi "panda carbonai" di Serra San Bruno meriterebbero di essere protetti, aiutati e valorizzati per quello che fanno e che sono: il simbolo della Calabria che lavora con passione e che resiste.CONTINUA LA LETTURA CLICCA QUI



Fonte: www.repubblica.it

domenica 26 marzo 2017

Rotolo di frittata con zucchine grattugiate con scamorza e prosciutto...


 

Grattugiate una zucchina tenera grande o due piccole,un po' di sale
Fare una frittata di 4 uova ,con un po' di sale.,aggiungere alla frittata formaggio grattugiato.,un bicchiere di farina,mezza bustina di lievito del pizzaiolo e le zucchine grattugiate...Poi mettere della carta da forno su una teglia  infornare il tutto ...Dopo che la cottura è ultimata,coprire la frittata. con provola e prosciutto oppure del  salame . Arrotolare ed infornare di nuovo per qualche minuto.

Ricetta di L.Tedesco
fonte:qui

martedì 21 marzo 2017

Caterina Ceraudo la donna chef dell'anno secondo la Michelin



Un ritratto di Caterina Ceraudo
Classe 1987, Ceraudo si è messa alla guida della cucina dell’azienda di famiglia nel 2013, confermando il macaron (la stella della Rossa) per il ristorante che si trova all’interno di una tenuta agricola biologica  
da dove arrivano i prodotti della sua dispensa e della sua cantina, perché tra orti e uliveti non mancano anche i vigneti. Insomma la chef 29enne con una laurea in enologia appesa alla parete, porta dal campo alla tavola tutti i sapori del suo territorio.
Per la Michelin, quella di Ceraudo è “una cucina moderna e allo stesso tempo non complicata, in cui il sapore è spesso bilanciato da giuste dosi di acidità e dolcezza”
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fonte:www.repubblica.it

domenica 19 marzo 2017

Da Londra in Calabria per lavorare nel Mulino dello Steve Jobs italiano

Da Londra in Calabria per lavorare nel Mulino dello Steve Jobs italiano

 "C'è sempre un po' di tristezza quando lasciate il vostro armadietto vuoto dopo l'ultimo turno e in questo caso le emozioni sono molto più profonde e più forti che mai.
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Annona è un frutto tropicale che viene coltivato anche nel Sud Italia, in particolare in Calabria.



Originaria di Ecuador e Perù, l’Annona è un frutto tropicale che viene coltivato anche nel Sud Italia, in particolare in Calabria. Ha un aspetto insolito perché essendo un frutto “multiplo”, a maturazione i vari carpelli si uniscono e sembrano delle squame.



 L’esterno è verde-giallo con inserti che tendono al marrone e al grigio, mentre la polpa è bianca con semi neri, facilmente identificabili ed eliminabili. Si tratta di un frutto ovale, lungo 10-20 centimetri e largo circa 7-10 centimetri. Difficile descrivere il suo sapore, è molto dolce e ricorda un po’ il gusto di diversi altri frutti, come l’ananas, la pera, la fragola, la mela, la pesca, la papaya e la banana. Un aroma davvero molto particolare. Possiamo dire che in Calabria ha trovato l’America, nel senso che in questa regione c’è l’habitat perfetto affinché cresca e regali i suoi deliziosi frutti.


 L’Annona di Reggio, appartenente alla varietà Anona Cherimola, rientra nelle denominazioni comunali di origine della provincia di Reggio Calabria. Sono stati gli Spagnoli a portarla in Europa e dunque in Italia, circa due secoli fa. Oltre che a essere gustata al naturale, si presta a essere trasformata in golosi dolci, crostate e torte soprattutto, ma anche sorbetti, confetture, gelati ed è molto buona pure sciroppata. Sfortunatamente ha un grosso difetto: è facilmente deperibile. Contiene zuccheri, proteine, vitamina C, calcio e potassio. Contiene inoltre un interessante polifenolo, la annonacina con proprietà antiossidanti. Si gusta tagliando a metà il frutto ed estraendone la polpa con un cucchiaino. I semi di questo frutto germogliano facilmente se ci sono adeguate condizioni climatiche, per cui non esitate a fare il tentativo di piantarli in un vaso con della terra, dopo averli lavati e asciugati, a qualche centimetro di profondità. Fiorisce a maggio e la maturazione dei frutti avviene tra ottobre e novembre.
fonte:qui

sabato 18 marzo 2017

La Calabria investe sul turismo con il lancio di un nuovo sito



La Calabria investe sul turismo con il lancio di un nuovo sito dedicato e, a breve, di due bandi per sostenere il settore. Il primo strumento per vincere la scommessa è quindi tecnologico: il nuovo portale, turiscalabria.it, si affianca al sito regionale allo scopo di comunicare e promuovere tutte le iniziative della Regione di interesse turistico. “Abbiamo scelto uno strumento semplice, di impatto immediato e soprattutto partecipato, aperto ai contributi di chiunque voglia arricchirlo: operatori, Comuni, enti, tour operator e artisti”, spiega Mario Oliverio, presidente della Regione.


TurisCalabria rappresenta quindi un investimento economico minimo, ma “dal rapporto costi benefici molto positivo”, aggiunge Oliverio, perché punta a coinvolgere in maniera attiva tutti gli stake holders della filiera turistica, chiamati a contribuire a rendere il portale una vetrina aperta a 360° sull’offerta turistica calabrese. Tra le novità anche la sezione Me and Calabria, un diario di viaggio nel quale il turista può aggiungere contenuti e condividerli sui social.

La Calabria si prepara inoltre a mettere a disposizione del territorio ulteriori risorse. Tra pochi giorni verrà infatti pubblicato un bando di 20 milioni di euro per la riqualificazione dei servizi per strutture già esistenti e un altro bando sarà predisposto a breve per nuovi investimenti nel settore. La Regione sta inoltre lavorando a un progetto di alta formazione per la ristorazione calabrese: nei confronti della destinazione si sta infatti risvegliando l’interesse dei TO internazionali, soprattutto verso il settore enogastronomico.
Dopo 10 anni di flessione, l’anno scorso la Calabria ha segnato un +10,5% di presenze, di cui +17,5% di turisti internazionali e +7% nazionali. “C’è un trend molto positivo per la nostra regione, è del tutto evidente – sottolinea Oliverio -. E non è un caso che nelle recenti manifestazioni di Trieste Olio Capitale, Milano Identità golose e Itb di Berlino – aggiunge – i nostri prodotti e le nostre aziende
 abbiano fatto il pieno di consensi”.
fonte:qui



venerdì 17 marzo 2017

ORO NERO DI CALABRIA ''LA LIQUIRIZIA''


In Calabria nasce la migliore liquirizia, definita come la liquirizia cru, con la migliore qualità a livello mondiale. Essa è un prodotto antichissimo, conosciuto da oltre 35 secoli, che cresce in una fascia di latitudine che va dalla Spagna fino alla Cina. La liquirizia è un arbusto perenne a base legnosa alto fino a un metro appartenente alla famiglia delle Leguminose, provvisto di radici fittonanti e di rami che crescono strisciando sul suolo o si interrano dando origine a nuove radici, dalle cui bolliture si ottiene l’estratto vegetale.
Un quarto del fabbisogno nazionale di liquirizia, che si aggira sulle 10 mila tonnellate l’anno, arriva dalla nostra regione, dove il clima è particolarmente favorevole allo sviluppo della Glycyzzhiza. Esistono diverse varietà ma la più apprezzata è la Glabra.
La liquirizia pura di origine calabrese è particolarmente equilibrata nel gusto dolce-amaro per cui può essere utilizzata senza additivi o altre sostanze edulcoranti, mentre la liquirizia prodotta in altri paesi è molto amara. Tale primato qualitativo ha fatto sviluppare in Calabria l’industria della liquirizia. Consumata prima come bastoncini naturali tratti dalla radice, intorno al 1700 si è incominciato a trarre dalla radice un succo, poi concentrato in liquirizia nera, brillante e profumata, capace oggi di raggiungere i mercati internazionali.
In Italia la liquirizia trova localizzazione quasi esclusivamente nella Regione Calabria dove si concentra circa l’80% della produzione nazionale, principalmente proviene dalla zona costiera della Calabria, in provincia di Cosenza, in particolare l’area di maggiore trasformazione è situata nei comuni di Rossano e Corigliano.
Da sempre la liquirizia ha costituito una potenziale ricchezza, ma soltanto con l’intervento delDuca di Corigliano, che impiantò la prima fabbrica del genere (1715), agli albori dell’industrializzazione, essa divenne una fonte reale di progresso economico. Altre aziende sorsero sempre nel 1700 e sempre nella Sibaritide, ad opera di nobili e ricche famiglie: Amarelli (1731),Abenante (divenuta poi Martucci nel 1808) e Labonia nel territorio del comune di Rossano e Castriota-Scanderbeg (divenuta poi Solazzi) in quello di Corigliano. Nel corso del 1800 l’industria continuò a svilupparsi, conquistando, grazie alla bontà e genuinità del prodotto, i mercati d’Europa e d’America. L’esportazione della liquirizia calabrese si consolidò ed ampliò nella seconda metà del secolo XIX ed ancora nel primo decennio del secolo XX.
Descrizione del prodottoPasta: densa, nera, lucida e profumata;
Forma: variabili dai classici cilindretti, alle forme a bastoncino, tonde, schiacciate;
Gusto: dolce amarognolo; profumo: molto intenso.

Production steps of licorice, roots, pure blocks and candy.

Raccolta e tecniche di produzioneLa raccolta è un lavoro faticoso che prima si faceva con la zappa. Ora si estraggono a mano dopo che i trattori le hanno portate allo scoperto rivoltando la terra. Separate le radici, i fasci vengono prima tagliati e poi sfibrati da un mulino a martelli. Dopo questo trattamento e dopo essere state bagnate con acqua, le radici si trasformano in una poltiglia biancastra che viene pompata in degli estrattori. Qui il prodotto viene scaldato e sterilizzato, poi inserito in una pressa. A questo punto inizia un delicato processo di concentrazione che serve a togliere sempre più acqua alla liquirizia. In questa fase il risultato è un liquido biancastro che diventa sempre più scuro e alla fine viene colato in teglie di teflon. Qui la liquirizia assume l’aspetto di rigidi panetti rettangolari. Poi, dai panetti, la liquirizia viene trattata per ottenere le forme e la consistenza desiderate. Dalla liquirizia si ottengono una serie di prodotti, fra i quali l’ottimo liquore e buonissimi gelati e caramelle.
Uso gastronomicoImpiegata in diversi settori industriali, dalle radici della pianta della Liquirizia si ricava un succo dalle molteplici proprietà (digestive, disintossicanti, emollienti, antisettiche…) largamente usato in erboristeria, nell’industria farmaceutica, per la produzione di liquori e di dolci (pastiglie di vario formato, polvere o pasta per la preparazione di gelati; i rametti più giovani, essiccati, si possono masticare e succhiare).
Aspetti salutisticiLa liquirizia da secoli è conosciuta per le sue eccezionali proprietà, citata negli antichi trattati di medicina indiana, greca e di altre civiltà. Fa bene all’apparato respiratorio ed in realtà possiede un principio attivo che riduce gli stimoli della tosse e favorisce l’espettorazione. Le radici masticate favoriscono l’attività digestiva ed in certi casi aiutano a smettere di fumare. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono da sempre per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.

mercoledì 15 marzo 2017

Isola Di Dino – Praia a Mare


















L’Isola di Dino, una delle antiche Itacesi, è sostanzialmente l’unica isola della Calabria

Tenuto conto che quella di Cirella, a circa venti miglia, è poco più che un enorme scoglio. Emerge sul litorale nel Golfo di Policastro, poco più a Sud di fronte a Praia a Mare (CS), a breve distanza dalla costa, di fronte a Capo Arena e alla Torre di Fiuzzi. Un tempo, un istmo la collegava alla terraferma, ma i fenomeni di erosione, cui tutta la zona è soggetta, lo hanno fatto scomparire.

La superficie dell’isola

L’isola ha una superficie di circa cinquanta ettari ed è costituita da calcari dolomitici. La sua forma è assimilabile ad un ellissoide con l’asse maggiore lungo circa 1 km, disposto in direzione Est-Ovest; l’asse minore misura circa 500 metri. La parte centrale dell’isola è occupata da un pianoro d’altezza variabile tra i 75 e i 100 metri. Il dorso scende poi lentamente verso ponente fino ad una quota di metri 73 sul Frontone. Su cui sorge una cinquecentesca torre di avvistamento. I versanti esposti a Nord ed a Sud si presentano con diversa morfologia. Il versante a Nord è costituito per quasi tutta la sua lunghezza da una falesia verticale, che scende a picco nel mare con un’altezza di circa 70 metri, fino ad interrompersi a pochi metri dal mare con una scogliera molto aspra. Il versante a Sud presenta un profilo meno aspro: degrada dolcemente verso il mare terminando con un’ampia scogliera; è quasi completamente ricoperta di macchia mediterranea e nella parte meridionale c’è anche una bella lecceta, che probabilmente in origine ricopriva l’isola. Varie sono le interpretazioni sul nome. L’isola è stata chiamata “Dino o Dina” forse perché anticamente vi sorgeva un tempio (aedina) consacrato dai naviganti a Venere, dea dell’amore, o ai due Dinosauri, Castore e Polluce, il cui culto era tra i più diffusi tra le città della Magna Grecia, o più probabilmente a Leucotea, protettrice dei naviganti, venerata nella vicina città campana di Velia. La dea, secondo le credenze, avrebbe avuto il compito di rendere propizie le traversate lungo la costa che, per lo splendore del sole e per il luccichio quasi immobile del mare, più che mitica presenza delle Sirene, fiaccava le forze e assopiva le menti dei marinai nell’ora meridiana, con la caduta del vento e con l’incombente calura. Altri la volevano dedicata a Dionea, madre di Venere.

Il nome Dino

Il nome DINO potrebbe però derivare dalla parola greca “DINE” che significa vortice, gorgo d’acqua, turbine, bufera. Il piccolo golfo, compreso tra l’isola e la Punta di Scalea, era temuto dagli uomini di mare a causa delle frequenti e violente mareggiate che ne rendevano difficoltosa la navigazione. Anche in epoca recente questo lembo di mare è temuto da pescherecci che vi praticano la pesca costiera. Secondo la tradizione, nel V secolo d.C. sull’isola avrebbe dimorato l’eremita Sant’Isernio. In seguito alla lotta iconoclasta, voluta da Leone III Isaurico molti monaci si trasferirono nelle nostre zone e, accanto al Monastero di S. Elia, ubicato nell’attuale Santuario della Madonna, tra il IX ed il X secolo sorsero sull’isola la chiesa ed in monastero di San Nicola De Signa o De Dina che nel 1065 furono donati ai monaci di Santa Maria d’Acquaformosa.
Un’altra fonte riferisce che, tra il V ed il X secolo, sulle rovine del tempio pagano, sorse la chiesa di Santa Maria.
Oggi di queste opere restano poche tracce e qualche insignificante rudere. Le intemperie non hanno risparmiato neppure la maestosa e solenne croce di pietra eretta sull’isola nei primi anni del 1900.
L’isola fu testimone di lotte e battaglie, incursioni piratesche, assalti, difese disperate.
Vascelli mussulmani vi fecero tappa in più occasioni nel corso delle loro spedizioni militai nel nostro paese: nel IX secolo dopo Cristo, nel XV e nel XVI. Nell’estate del 1600 il litorale fu peso d’assalto dai Turchi, guidati da Amurat Rays, che con il suo esercito di pedoni e le sue navi terrorizzava il Meridione d’Italia.
Gli aietani si trincerarono sull’isola ed opposero forte resistenza. Dopo giorni di assalto i difensori guidati da Francesco Vitigno furono tutti catturati ed uccisi.
Nel 1806 l’isola divenne base delle operazioni della flotta anglo borbonica, agli ordini dell’ammiraglio Sidney Smith, che tentava di opporsi alla penetrazione dell’esercito napoleonico in Calabria.
Nel 1812 Gioacchino Murat elimina la feudalità. Il Demanio reale sottrasse l’isola al Marchese di Aieta, nella cui giurisdizione la stessa ricadeva e la concesse al Comune di Aieta.
Successivamente l’isola passa ai borbonici. Nei pressi dell’isola, durante la notte di Santo Stefano del 1917, un sommergibile tedesco affondò piroscafo inglese “Umballa” che trasportava derrate alimentari.
Dopo la tragedia che costò la perdita di molte vite umane, la campana della nave venne donata al Santuario della Madonna della Grotta. Fu issata sul campanile dopo essere stata ribattezzata “Santa Maria della Vittoria”.
Nel 1928 l’isola diventa proprietà del Comune di Praia a Mare, quando lo stesso diventa autonomo. Nel 1956 l’isola viene data in concessione per 99 anni al signor Sergio Serelli per la sua valorizzazione, senza alcun risultato.
Nel 1962 l’isola viene venduta per 50 milioni alla società Isola di Dino S.p.A. del Comm. Bottani e di Gianni Agnelli, che con consorella Mediterranea S.p.A. doveva portare allo sviluppo turistico a livello internazionale dell’intero territorio da Fiuzzi a San Nicola Arcella. Era prevista sull’isola un’edificabilità pari allo 0,20, con costruzioni alte metri 6,90. E’ stato effettuato lo sminamento dell’isola, ed è stata costruita una strada di 1700 metri che collega il pontile di attracco con la parte alta dell’isola, dove sono stati costruiti dei cottages. Nella parte bassa, all’altezza della Grotta del Leone, sono sorti dei tucul con ristorante.

La proprietà dell’Isola di Dino è passata negli anni ad alcune società fino a quando nel gennaio 2010 Matteo Cassiano, giovanissimo imprenditore Praiese sensibile alle peculiarità ambientali del suo paese, ha intrapreso un processo di valorizzazione del sito, che ormai era abbandonato da diversi anni. E’ da sottolineare il preoccupante fenomeno di ricongiungimento dell’isola di Dino alla terraferma, ascrivibile in gran parte alle correnti marine e alle forti mareggiate.
La Torre dell’isola di Dino, di forma quadrangolare e di origine Normanna, fu utilizzata in epoca Angioina e Borbonica come punto di avvistamento contro le numerose invasioni della costa. Non è da confondere con la Torre di Dine o Dina di Capo Scalea. Poteva ospitare un presidio di otto uomini e un caporale. Fu costruita sulla punta occidentale dell’isola (denominata Frontone), a quota 73 metri sul livello del mare, come torre di avvistamento, di comunicazione e di allarme. Dalla torre si può ammirare lo splendido panorama del golfo e le nidificazioni degli aironi grigi e dei falchi pellegrini, il tutto condito dai versi dei numerosissimi gabbiani reali. Il perimetro dell’isola, sprovvisto di arenile, misura 3 km. Lungo lo stesso si trovano delle Grotte interessantissime, in parte erose dal moto ondoso e ricche di concrezioni. Iniziando il suo periplo dal versante Nord si incontrano le seguenti Grotte: Molto piccola e di scarsa importanza, prende il nome da una roccia sovrastante che, a guadarla di profilo, dà l’idea di un monaco in preghiera. Molto suggestiva quando i raggi del sole la illuminano da ponente. Si trova in un’insenatura, sotto il primo strapiombo. Le sue acque, sempre limpide, perché riparate dai venti, consentono di osservare ad occhio nudo il fondale, circa 10 metri di profondità. Si possono ammirare stelle marine e banchi di sardine che danno il nome alla grotta.
Doppiati gli strapiombi della punta occidentale, detta Frontone, la grande fronte dell’isola, su una banchina di grossi massi c’è un’ampia entrata della Grotta del FRONTONE, che si affaccia a mare guadando Punta Scalea con due grandi occhi. Quello a sinistra immette in un antro di ridotte dimensioni con pareti levigate dal flusso e riflusso delle acque nella stagione invernale e perciò quasi marmoree; quello di destra è molto più ampio e con le colonne calcaree e le concrezioni che lo sorreggono sembra quasi il pronao di un tempio; da esso, attraverso un’apertura piuttosto ristretta (bisogna essere forniti di una lampada ben luminosa) si entra in un primo ambiente a cupola irregolare le cui pareti sono lisce, levigate e ricche di incrostazioni stalagmitiche; l’antro continua ora restringendosi ora allargandosi in grandi caverne in cui le stalattiti e le stalagmiti hanno creato arabeschi veramente eccezionali.

Posta ad una cinquantina di metri dalla grotta del Frontone in una larga frattura inclinata della stratificazione della roccia, è lunga 60 metri. Ci si può addentrare al suo interno con una piccola imbarcazione per una ventina di metri. La volta, che scende verso sinistra come spiovente di un tetto a una falda. È ricca di piccole e bianche stalattiti. Le acque sono limpidissime e lasciano vedere nitidamente le rocce levigate e arrotondate del fondo, ricoperte da un leggero strato di muschio. Ci si addentra poi a piedi e nel fondo della grotta si possono ammirare sui lati le rocce levigate dall’acqua e sul pavimento numerose conchette di forma diversa, simili ad acquasantiere.
Posta sullo stesso versante a Sud è lunga 70 metri. La sua bellezza è data da vaie componenti che armonicamente si fondono e creano uno spettacolo unico e suggestivo: la profondità di circa 12 metri, la disposizione e l’altezza varia della volta rocciosa non levigata, la posizione della cavità esposta a mezzogiorno con la parte interna orientata verso il levante e leggermente in penombra e gli effetti della luce, sia quella diretta che penetra all’interno della grotta attraverso l’ampia apertura e sia quella indiretta che riflessa dal fondo assume il colore azzurro verde rame, in contrasto con l’azzurro pastoso dei bordi interni. Acquista una particolare luminosità e bellezza a mezzogiorno, quando i raggi del sole la illuminano a perpendicolo. Caratteristici alcuni punti della volta che presenta piccoli buchi cilindrici opera dei litodomi.
Posta a Sud Est guarda direttamente verso la prospiciente spiaggia e la torre di Fiuzzi, protetta da uno sperone roccioso. E’ una cavità irregolare, nel cui basso fondale (circa 5 metri) si può pescare il corallo. Così detta per una roccia che, distesa nell’acqua di colore smeraldo, quasi al fondo della grotta, nella penombra dà l’idea di un leone disteso con la testa sollevata. La roccia della volta, striata ed angolosa, assume colori rossastri e grigio chiari con larghe macchie verticali verde e nero.
Enrico e Rosaria Gargiulo, nel febbraio del 1990, sulla Rivista “Il Subacqueo” comunicano l’esistenza nei fondali dell’isola di Dino di una foresta di Paramuricee. Un ambiente che si estende su una piattaforma localizzata all’altezza del Frontone, nell’estremità occidentale, a meno di 30 metri e fino a 50, che ospita inoltre una notevole varietà di vita. Esemplari analoghi si trovano nei fondali dell’isola di Medas in Spagna, di Tavolara in Sardegna e Portofino. Sono però esemplari isolati. La particolarità della “Foresta di Dino” consiste nell’insolita colorazione che passa dal colore rosso a quello giallo cromo, con tutta la serie di sfumature intermedie evidenziate sulla matrice rossa centrale. Le colonie di Gorgonie arrivano fino a oltre un metro di altezza.
Già nel 1902 il Longo aveva rilevato sull’isola ben 104 biotipi e nel 1976 il prof. La Valva assieme al collega Ricciardi ne rilevò ben 271. Vi crescono il mirtillo, il lentisco, la ginestra, il leccio, il pino. Per gli amanti della botanica è da sottolineare la presenza di macchia mediterranea e leccete nonché varietà rare quali la Palma Nana (Chamaerops Humilis – anche chiamata Palma di San Pietro), il Talittro Calabro, il Garofano delle Rupi (Dianthus Rupicola) e la Primula di Palinuro (Primula Palinuri) così chiamata perché fino a poco tempo fa si credeva crescesse solo a Capo Palinuro, nel Salernitano.Conigli selvatici, rondoni, colombaccio, il colombo terraiolo, la quaglia marina. Moltissime specie di volatili usano l’isola come sosta nelle loro migrazioni: la marzaiola, il germano reale, la beccaccia di mare.
Fonte:qui

domenica 12 marzo 2017

CROTONE AL DI LA' DEL MARE



 

La città è situata sul versante est della Calabria, si affaccia sul mar Ionio presso la foce del fiume Esaro, e il territorio comunale fa parte dell'Autorità del bacino interregionale del fiume Esaro. Il comune ha una superficie di 179,83 km² e il capoluogo si trova a 8 m s.l.m.
Il territorio meridionale è immerso interamente nell'area marina protetta di Capo Rizzuto e inoltre, a fare un ulteriore supplemento a questo scenario, è presente il promontorio di Capo Colonna dove è rimasta l'unica colonna del Tempio di Hera Lacinia, anticamente detto Lakinion Akron, che chiude la città in una grande conca che la divide dal golfo di Squillace.

Video:
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La Nduja calabrese | Unica inimitabile Nduja



 
Il nome nduja o più semplicemente duja, che trae origine dal termine latino “inducere”, cioè introdurre, è altresì collegato ad altri due particolari tipi di insaccato, sempre costituiti da carne e spezie, il piemontese salam dla doja e la francese andouille, da cui tramite la mediazione del diminutivo andouillette forse prende il nome.
CaratteristicheÈ tipica delle zone dell’altopiano del Poro: Spilinga (in provincia di Vibo Valentia) è il comune d’elezione, ma l’area di produzione è estesa a molti comuni, in particolar modo a quelli del versante tirrenico, a tal punto da fare della ‘nduja un alimento tipicamente associato a tutta la Calabria. Preparata con le parti grasse del maiale, con l’aggiunta del peperoncino piccante calabrese, è insaccata nel budello cieco (orba), per poi essere affumicata.
Storicamente la ‘nduja è un piatto povero, nato per utilizzare gli scarti delle carni del maiale: milza, stomaco, intestino, polmoni, esofago, cuore, trachea, parti molli del retrobocca e faringe, porzioni carnee della testa, muscoli pellicciai, linfonodi, grasso di varie regioni, ecc. Il successo commerciale è all’origine delle modificazioni attuali nelle diverse composizioni.
Consumo “‘Nduja e pane”
Si consuma spalmandola su fette di pane abbrustolito, meglio se ancora calde, o utilizzata come soffritto per la base di un ragù o di un sugo di pomodoro, con aglio; può essere usata per guarnire la pizza, prima degli altri condimenti se cruda, oppure appena sfornata; si può consumare su fettine di formaggi semi-stagionati o può entrare nella composizione di frittate.
Sagra della ‘NdujaCome ogni prodotto tipico che si rispetti, anche la piccantissima ‘nduja ha la sua sagra, che viene celebrata l’8 agosto di ogni anno a Spilinga. In questa occasione, sono presenti stand gastronomici che consentono di degustare la ‘nduja in molti modi. Durante la serata è possibile ascoltare musica popolare e assistere al caratteristico camejuzzu i focu, uno spettacolo pirotecnico molto coinvolgente. Tutto il paese in modo corale, si impegna alla buona riuscita dell’evento, che accoglie ogni anno migliaia di turisti della costa degli dei.

Isola di Capo Rizzuto (Calabria)

E' il comune, dopo il capoluogo, con più abitanti nella Provincia di Crotone (più di quindicimila). Si affaccia sul Mare Jonio. Inoltre il territorio comunale confina con quello di Crotone.
Oggi vi proponiamo un video realizzato da:  PiccolaGrandeItalia.Tv




sabato 11 marzo 2017

Pagati e mai usati i sensori per sorvegliare i bronzi di Riace

 

 

Inutili i sistemi hi tech installati e inutilizzati. L’immagine dei due reperti viene invece utilizzata per ogni genere di pubblicità, dai fumetti porno al teatro 

Gracilissimi, delicatissimi, fragilissimi. Ricordate gli inorriditi rifiuti, negli anni, alla sola ipotesi di prestare i Bronzi di Riace al Metropolitan, al Louvre o all’Expo? No: «Devono restare a Reggio Calabria, monitorati attimo per attimo dai più sofisticati e avveniristici sistemi di controllo». Sistemi installati, pagati, mai entrati in funzione. Il tutto sotto gli occhi di un direttore del museo e di sei (sei!) soprintendenti ruotati in due anni come una giostra impazzita. La clamorosa denuncia, che umilia quanti si erano spesi con tutte le loro forze e la loro perizia scientifica per dotare delle migliori tecnologie le preziose statue greche ritrovate nelle acque davanti alla spiaggia di Riace nell’estate del 1972, arriva da un servizio di Silvia Mazza su Il Giornale dell’arte di Umberto Allemandi. Una rivista che tutto è tranne un giornale scandalistico in cerca di scoop.


Spese triplicate per il restauro.
Ma partiamo dall’inizio. Siamo a cavallo tra il primo e secondo decennio del nuovo secolo. I Bronzi, venerati come icone destinate a far piovere acquazzoni di denaro sul turismo calabrese, ma sfruttati via via per le cose più strampalate e demenziali, dalla pubblicità delle uova reggine («uova grandissime!») a quelle di una festa della birra («Gli sbronzi di Riace»), dal teatro (bronzo con la mascherina) fino a una serie di porno-fumetti, sono sdraiati nell’androne del palazzo Campanella in attesa di tornare nel vecchio museo progettato da Marcello Piacentini. 


Restauro che dovrebbe finire per il 17 marzo 2011, l’atteso Centocinquantenario dell’Unità d’Italia e che invece permetterà il ritorno delle statue solo il 6 dicembre 2013. Dopo una serie di rincari che porterà la spesa complessiva da 11 milioni e mezzo di euro a oltre 32. Quasi il triplo.Spese triplicate per il restauro.

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fonte:www.corriere.it

Dopo la Calabria arriva la Toscana a bandire il Glifosato, sotto a chi tocca!





 
Di La mia parte intollerante
Dopo la Calabria arriva una splendida notizia dalla Toscana: è la seconda regione in Italia a bandire il Glifosato. Il Consiglio Regionale ha deciso di proteggere il proprio territorio mettendo a bando tutti i prodotti che contengono glifosato dalle produzioni.
Un vento nuovo soffia finalmente in questo paese che nonostante tutto, ha ancora voglia di rivalsa, un vento che ci sta riportando a un’agricoltura sana ed ecologica. Sempre più colture bio, come il ritorno al passato con il grano antico che sta rivoluzionando la produzione del Sud Italia, dove dei giovani si sono messi in gioco investendo in questo, nella qualità del prodotto e non nella quantità.
È iniziato in Sicilia con GranoSalus, contemporaneamente la Calabria con un giovane ambizioso, che grazie alle donazioni raccolte tramite Facebook, è riuscito a restaurare un antico mulino per lavorare il suo amato grano antico, ed ora anche in Toscana, oltre alla splendida notizia del bando al glifosato, è iniziato un progetto che prevede le culture di antiche sementi.
 
Tutti conosciamo i danni che provoca il glifosato, a chi è poco informato, consiglio di guardare il servizio delle Iene su come il Glifosato ha distrutto l’Argentina, con danni all’ambiente e alla popolazione. Qui inserisco il link del servizio: Le Iene: L’erbicida nuoce alla salute del mondo
Nel mio piccolo ho scritto e riportato molti articoli sui danni e l’impatto ecologico del glifosato e pesticidi chimici in genere o sulle sementi geneticamente modificate, come me, tantissimi altri blog a partire dai più conosciuti, hanno informato e diffuso tutte quelle notizie che i media ignoravano. Ricercatori, Medici, Giornalisti liberi, grazie al loro lavoro abbiamo appreso e diffuso la verità, fino al punto che anche i media hanno dovuto dargli voce. Un buon risultato, ora, visto che il Governo non prende posizione al riguardo, aspettiamo la terza Regione che si unisce a questa lotta! Ne sono sicuro, a breve arriverà.
Fonte: La mia parte intollerante

venerdì 10 marzo 2017

Nacatuli Calabresi



 

 

Ingredienti

  • 1 kg farina
  • 8 uova
  • mezzo bicchiere/i anice
  • 50 g burro
  • 250 g zucchero vanigliato
  • 1 olio di oliva 





Sbattere le uova in una terrina, intanto disponete la farina a fontana e aggiungete le uova sbattute, lo zucchero, l'anice e il burro fatto sciogliere in precedenza. Lavorare l'impasto avendo cura che resti morbido. Lasciare riposare per mezz'ora, poi ricavare dei bastoncini spessi un mignolo e lunghi 50 cm circa. Dopo averli fatti asciugare su un canovaccio cosparso di farina, prendere il mattarello e, tenendo ferma un'estremità della pasta, avvolgervi intorno un bastoncino formando un "otto".
 


 La nacatola, a questo punto, deve essere schiacciata da entrambi i lati. Sfilare, il mattarello e friggere le nacatole in una padella piena d'olio di oliva. Una volta dorate, lasciare scolare l'olio in eccesso con l'aiuto di una carta assorbente e cospargere di zucchero a velo.

fonte:qui